La Villa romana in Valdonega

Costruita in un’area collinare suburbana, la domus conserva tre ambienti affacciati su un portico. I dati oggi disponibili consente di interpretarne parte del piano terra, ma si ipotizza che l’edificio fosse articolato su più piani e a livelli diversi, secondo il pendio del terreno che, con molta probabilità, si apriva su un giardino: nell’antica Roma le ville erano lussuose residenze dotate di ogni comodità e rappresentavano per le persone più in vista un luogo dove rifugiarsi e trascorrere il tempo libero.

Quasi certamente sulle colline attorno a Verona dovevano esistere altre simili costruzioni, ma non se ne conoscono tracce. La domus di via Zoppi può essere confrontata con la nota «Villa dei Misteri» di Pompei visto che l’organizzazione del settore occidentale del complesso sembra molto simile. Nella villa romana di Valdonega l’ambiente più ampio è stato interpretato come “oecus corinthium”, un ambiente a colonne con apertura a volta nella parte centrale e piana sull’ambulacro perimetrale: all’interno sono conservati alcuni mosaici con uccelli che sembrano avere una funzione esclusivamente decorativa.

Nel vano accanto sono raffigurati elementi decorativi e nel successivo si riconoscono un’anatra, una palma e un volatile. Di fronte, una civetta con altri soggetti, tra cui una medusa. Sono rappresentati anche un gallo e un ippogrifo, figura leggendaria con corpo da cavallo, la testa e le ali di aquila, le zampe anteriori e il petto da grifone.

Più sopra, alcuni scalini portano ad una parte dell’edificio oggi scomparsa o forse ancora da scavare. Il contesto storico che vide sorgere la villa rappresentò il primo periodo imperiale ed uno dei più fiorenti dell’intera storia romana.

Nell’ampio giardino esterno, i ricchi proprietari quasi certamente intrattenevano gli ospiti con argomenti letterari sui miti di Roma: alcune voci note del tempo erano Virgilio, Livio, Properzio, Ovidio e Orazio. È pure il periodo in cui si assistette ad una radicale trasformazione urbanistica: infatti, con Augusto anche Verona si “vestì” di marmo. La villa romana che si trova in via Zoppi, 5 (una traversa di via Marsala) si può raggiungere con utilizzando le linee 70 e 71 del servizio di trasporto urbano. L’ingresso e la visita guidata sono liberi.

In cappelli di Borsalino

l’Isolo a Verona. È visibile a sinistra la ciminiera della Borsalino.

Del fallimento della Borsalino si è occupata la cronaca recente. Nel 1880 una filiale dell’azienda alessandrina fu aperta a Verona nella zona dell’Isolo ma l’alluvione del 1882 mise in ginocchio la produzione dei copricapi.
Il 14 dicembre dell’anno appena concluso il tribunale di Alessandria potrebbe aver messo la parola fine alla storia della Borsalino SpA, l’azienda conosciuta in tutto il mondo per i cappelli, con una sentenza che ha fatto molto discutere: il fallimento della società, presumibilmente collegato alla vicenda giudiziaria di Marco Marenco.

Fondata ad Alessandria da Giuseppe Borsalino nel 1857, il cappellificio ebbe anche una parentesi veronese perché una filiale nacque sull’Isolo nel lontano 1880. A Verona la produzione di copricapi non era una novità: agli inizi del 1500 c’erano i berrettai a cui subentrarono piano piano già sul finire di quel secolo i capelari, che venivano soprattutto da Milano e che si insediarono per la maggior parte all’Isolo. Il laboratorio della Borsalino sull’Adige creava prodotti dalla lavorazione semplice e dedicati all’esportazione. Sorgeva alle Seghe, pressapoco all’altezza di via Porta Organa, un’isola nell’isola circondata dal canale dell’Acqua Morta da un lato e da un altro piccolo canale dall’altro: si trovava, perciò, su quello che era detto l’Isolo di sopra, che dalla Giarina arrivava fino a quella che oggi è via Carducci.

Il cappellificio Borsalino a Verona
Incontriamo Umberto Calafà e Raffaello Vinco, appassionati di storia veronese, davanti alla Chiesa di Santa Maria in Organo. Il padre di Umberto si ricordava dei cappellai alle Seghe e ha tramandato il ricordo al figlio: «Mio padre mi parlava di quando qui di fronte c’erano le fabbriche, le segherie e anche i cappellifici. L’Isolo era, in quel tempo, una zona strategica della città, un luogo dove la forza dell’acqua poteva essere sfruttata per molte attività».

«Se pensiamo a quegli anni – racconta Vinco – qui dobbiamo immaginare un’isola fluviale, operosa, piena di fabbriche e di case, intervallate dagli stretti vò che scendevano sull’Adige fino a pelo dell’acqua, i carichi di legname che arrivavano da Nord e venivano lavorati nelle segherie, gli opifici azionati dalla forza idraulica, il via vai delle lavandaie, il lavoro dei macellai e dei conciai, le botteghe degli intarsiatori».

Considerato che o siur Pipencome era chiamato Giuseppe Borsalino – era decisamente un imprenditore all’avanguardia, proiettato sul commercio con l’estero fin dagli inizi, non stupisce che abbia pensato a Genova e a Verona per espandere la propria attività. La prima era città portuale per eccellenza mentre la seconda, proprio sull’Isolo, ospitava la Dogana Veneta da cui passavano le merci che risalivano l’Adige verso il Nord Europa.

L’inondazione del settembre 1882 assesterà un duro colpo allo stabilimento veronese della Borsalino, danneggiando fortemente le macchine, come riporta l’Arena del 25 settembre 1882 nella cronaca di quei giorni terribili: “dello stabilimento cappelli molto guaste le macchine”, “gravi danni alle Seghe”, “caduto il ponte di legno che collegava la fabbrica di cappelli a via Seminario”.

Gli annuari della città di Verona testimoniano la presenza del cappellificio fino al 1889.

 

Laura De Carli

Tratto da Verona IN del 9/2/2018

Madonna Verona

Si trova al centro di Piazza Erbe, cuore pulsante della Verona antica e simbolo della città.
Il monumento venne fatto costruire da Cansignorio della Scala nel 1368, recuperando una vasca termale in marmo rosso veronese di epoca romana e apponendovi il corpo di una statua altrettanto antica, cui vennero aggiunte le parti mancanti, vale a dire il capo e le braccia.

Si festeggiava così la riuscita opera idraulica di Cansignorio, quella di portare l’acqua del torrente Lorì di Avesa fino a Piazza Erbe.

Il corpo della statua indica le origini romane di Verona, la testa e le braccia il successivo sviluppo trecentesco. Madonna non è in questo caso la madre di Cristo, ma viene dal termine con cui nel medioevo venivano chiamate le dame, una contrazione del latino Mea domina, mia signora.

Pare che fosse stata trovata nel campidoglio Veronese (presso la torre del Gardello) durante le operazioni di scavo per le fondamenta della casa di un certo Vincenzo Curioni

Sezione est-ovest del Capitolium, in rosso, i resti visibili in Corte Sgarzerie

Anche Verona infatti, come in genere tutte le città romane, aveva il suo Campidoglio, cioè un tempio a  tre celle (cappelle), dove erano onorate, con altrettante statue, le tre divinità capitoline: Giove, Giunone e Minerva.

Nel trionfo del cristianesimo i templi pagani venivano chiusi ed abbandonati; ma gli idoli che di solito erano anche splendidi monumenti di arte, venivano portati ad adornare le piazze, le basiliche civili e altri luoghi pubblici.

Anche Madonna Verona in origine era una statua romana proveniente dal Campidoglio e probabilmente la rappresentazione di una divinità romano ellenica, come le sette statue che coronano il vicino Palazzo Maffei (sfondo dell’immagine)

Tutt’intorno al basamento che s’innalza dalla vasca e funge da piedistallo per la statua, sono scolpiti le effigi dei re del passato di Verona:  tra questi re Vero, da cui secondo la leggenda deriverebbe il nome stesso della città, Verona , Alboino re dei Longobardi e Berengario duca del Friuli che proprio a Verona stabilì la capitale del suo regno.

Tra le mani Madonna Verona regge un cartiglio in rame su cui è inciso il motto dell’antico sigillo comunale della città: Est iusti latrix urbs hec et laudis amatrix. Questa città è apportatrice di giustizia e amante della lode.”.

 

Incrocio pericoloso

20/12/2017

Mi riferisco all’incrocio Via Cesare Trezza e Via Calatafimi, teatro di numerosi incidenti.

La vettura coinvolta nel penultimo scontro è da un mese parcheggiata sull’angolo della via, occupando perennemente uno stallo blu.

Ultima macchina incidentata

Due giorni fa il Comune ha spostato la colonnina per il parcheggio che era spesso divelta dalle auto coinvolte.
Da qui…

è stata collocata qui (angolo in fianco)

Ieri un altro incidente, ma la colonnina è salva.
Solo un po’ di gesso in terra
Il fatto ha dell’ironico

Mi auguro comunque che lo spostamento della colonnina preluda a lavori più consistenti che pongano un termine a questo susseguirsi di incidenti.
Nella speranza naturalmente che non siano mai coinvolte moto o biciclette.
A mio parere una concausa è la collocazione degli stalli sul lato sbagliato del tratto di via Calatafimi che va da via Farinati degli Uberi a Via Trezza. Ciò limita quasi del tutto la visibilità.
Lo specchio non basta: il tratto è troppo breve!

Non aiuta la segnaletica orizzontale del tutto stintaHelp!!!!!

Inviata all’ufficio tecnico del Comune

L’aria malata che respiriamo

«Rendere Verona una città di riferimento per la mobilità sostenibile del futuro» sarà anche stato un desiderio condiviso con il sindaco  ma poi ogni «inverno siamo costretti a sperare che piova per poter respirare»   Dobbiamo forse fare così?

Le stelle alpine

Che soddisfazione camminare per i monti e imbattersi nelle stelle alpine
Sono difficili da trovare, se non in quota, e la loro rarità , la loro bellezza e le leggende che l’accompagnano, me fanno fiore magico.
La peluria che copre i loro petali le protegge dal freddo ma le dona una consistenza particolare, come un fiore di stoffa
Nota anche come “Regina dei fiori di montagna”, la Stella alpina è la protagonista di una romantica leggenda. Si dice che un tempo ci fosse una fanciulla bella, pura e nobile di animo che, nonostante fosse desiderata da molti cavalieri, non incontrò mai nessuno che diventasse il suo sposo.

Così si trovò a morire zitella ma diventò un fiore. Non qualsiasi, però: un fiore splendido che cresce solo in luoghi inavvicinabili per gli esseri umani.
Proprio la Stella alpina.
Naturalmente sono protette e penso con tristezza a tutte quelle finite a far da segnalibro ed essiccate tra le pagine di tomi.
E’ bello guardarle, fotografarle ma vanno lasciate alla montagna

 

Ennesimo incidente

 

Di seguito le foto dell’incidente accaduto questa mattina alle 10,00 ca. al solito incrocio tra via Calatafimi e via Cesare Trezza: implicati una Smart e un furgoncino delle poste.

           

Sono presenti vigili del Fuoco, polizia Stradale e ambulanza per il guidatore del furgoncino. Più che mai valida la comunicazione del 28/6, con l’auspicio che venga rinnovata la segnaletica orizzontale.

L’incrocio è pericoloso e sono necessari provvedimenti.